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La grande transizione: tra negoziati economici e lotta per la libertà

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di Vanni Sgaravatti

La storia ci insegna che le guerre e le crisi economiche sono sempre state intrecciate con quelle politiche e i conflitti militari. E di solito le prime hanno preceduto le seconde. Nella riflessione, partirei dalla prima sfera, quella economica.

Dopo il crollo del sistema economico sovietico, anche quello democratico è stato smantellato dal neoliberismo. Il Neoliberismo è stata una truffa narrativa.

Fa un richiamo alla parola libero che ben si adattava al primo liberismo, ai tempi in cui l’alternativa al proprietarismo liberista post Rivoluzione francese era la struttura socioeconomica corporativa e monarchica. Poi aggiunge la parola neo, tanto per alludere ad una teoria più solida e moderna. E qui c’è la truffa della teoria, visto che, in realtà, non è mai stata dimostrata nemmeno l’affermazione dell’economista Samuelson, il quale sosteneva che, una volta si fosse raggiunto il pieno impiego, il sistema neoliberista sarebbe andato avanti da solo producendo benessere.

E poi è una truffa nella pratica, visto che, rispetto al suo assunto fondamentale, quello del totale affidamento ai meccanismi di mercato, senza alcun intervento statale, l’attuazione del pensiero neoliberista ha comportato, invece, un ruolo più attivo che mai dello Stato, sia rispetto alla % di lavoratori occupati nelle aziende statali e nelle istituzioni, sia rispetto alle regolamentazioni promulgate a livello di commercio internazionale.

Per non parlare della crisi finanziaria del 2008 e dell’intervento statale necessario a coprire i costi dei fallimenti delle banche.

Ma il neoliberismo non è stata solo una teoria, ma anche un’ideologia ed una religione, visto che nessun dato statistico o qualitativo che contraddiceva gli effetti previsti ha mai fatto vacillare il credo dei neoliberisti.

E stiamo parlando di impatti importanti negli USA, proprio dove ha sede la scuola di Chicago, il centro promotore del pensiero neoliberista: rottura del sogno americano, nel senso che nel 90% delle famiglie i figli sono stati peggio dei padri, al contrario del periodo del dopoguerra in cui la percentuale si aggirava attorno al 10%; di stipendi fermi per 10 anni; di carriere sempre più legate alle condizioni di reddito e istruzione della famiglia di origine (il blocco dell’ascensore sociale). Per non parlare dell’aumento della disuguaglianza e del rapporto fallimentare tra costi e risultati del sistema sanitario statunitense.

Progressisti e conservatori, destra e sinistra in Italia, sono stati dagli ’80 ai primi due decenni del XXI secolo neoliberisti in economia. Entrambe le due parti lo sono state: Reagan e Thatcher, come Clinton e Blair.

I primi parlavano di interventi statali limitati agli incentivi; i secondi agli ammortizzatori sociali, ma sempre dentro una cornice neoliberista, mantenendo, nella narrazione, gli ambiti, economia e politica, separati, quando così non è mai stato. La visione extraeconomica e, quindi, politica ha sempre pervaso l’economia.

Nel 1991 è fallito il comunismo sovietico, nel 2025 è, quindi, fallito il capitalismo neoliberista, che si è trascinato dietro anche il fallimento del capitalismo democratico riformista, a favore, però, dell’emergere di un capitalismo di stato, in contrasto con le auspicate risposte alla crisi dei progressisti, che, liberati dal modello cognitivo del mito neoliberista, vorrebbero, forse, puntare su una socialdemocrazia rivitalizzata. Un po’ come chiudere la stalla quando ormai i buoi sono scappati.

Progressisti comunque divisi, visto che una parte dei ribelli al pensiero neoliberista, si rifugia e riprende la visione neomarxista, quando le grandi potenze ex comuniste hanno adottato il capitalismo di Stato, con l’unica differenza rispetto al vecchio regime di lasciar correre i propri alfieri per un tratto di un percorso, definito e controllato all’interno della cornice strategica statale, che stabilisce confini ed orientamenti, anche se non pianifica i dettagli in ogni sfera della vita sociale e non abolisce l’uso della moneta come misura delle transazioni.

Un capitalismo di stato che sta aggregando, sotto la governance autarchica non liberale non solo le ex potenze comuniste, ma l’America che abbandona il ruolo che ha avuto fin dal tempo di Keynes e ancor più nel dopoguerra, di aggregazione attorno a sé dei valori occidentali di un capitalismo democratico e riformista. Un ruolo che ha avuto in Robert Kennedy, con il suo famoso discorso sull’inutilità del Pil, l’ultimo vero alfiere e che, non per nulla, è stato ammazzato: presagio di quello che poteva succedere.

Si riapre uno scontro tra sistemi, in cui l’Europa impreparata, dovrebbe riprendere una strada ripida ed in salita, l’Europa, una non nazione, un luogo di regolamentazione, che si contrappone a Stati sovrani, che si contrappongono con nel piatto il destino del nostro futuro e dei valori in cui crediamo.

In questo contesto, la “guerra” torna a riaffacciarsi nel nostro continente, con paure e incertezze, risvegliando fantasmi apocalittici. Occorre allora ripensarla, e non la si può scacciare con slogan catartici, di speranza generica nella pace, quando come si dovrebbe sapere, la speranza scalda i cuori, ma non dà la forza per ottenerla.

Più che dare risposte, chiediamoci: “la guerra può essere necessaria, pur come ultima spiaggia, per difendere i valori in cui crediamo, ad esempio: tolleranza, accettazione delle diversità in tutti gli ambiti dell’esistenza umana, quando questi sono per noi proprio le condizioni per mantenere la pace, una volta raggiunta o una volta conquistata? Senza la disponibilità a sacrificarsi per quello che rende la vita collettiva degna di essere vissuta, saremmo ancora “umani”?

Il sacrificio va inteso in senso lato. Lo si può intendere anche come rinuncia ad un controllo sulle risorse, su un territorio e su tutte quelle cose che si possono mettere in gioco in un negoziato senza armi. Ma in quel contesto negoziale, non si può rinunciare alla possibilità di praticare i valori in cui la propria comunità crede (anche se li praticasse male), quali, ad esempio: il progressivo aumento della libertà di espressione, libertà dal bisogno, e molte altre.

Se si accetta l’idea che quei valori non si possono negoziare allora il sacrificio si sposta nel mettere in gioco persino le nostre stesse vite, che, altrimenti non valgono più la pena di essere vissute. E stiamo, quindi, parlando di guerra.

Ma sappiamo cosa è la guerra? È terribile certo. Non è un film di azione e quando ci sei dentro faresti saltare il mondo purché tuo figlio sopravviva. Però la guerra è anche qualcos’altro.

Ricordo i racconti di mio nonno. Eroe di guerra, di El Alamein, prigioniero in America che ha vissuto in pieno l’ultima guerra. Nella sua buca nel deserto, vide tornare, liberati, i suoi soldati che gli dissero: “Signur Capitano, ma lo sa che gli inglesi hanno gambe e braccia come noi”? E mio nonno: “Guarda che se anche Mussolini ha detto che dio stramaledica gli inglesi, mica lo ha ascoltato”. Lo sapevano che dall’altra parte c’erano uomini, lo sapevano, ma combattevano e morivano per combattere l’agente artificiale che aveva il nome dello Stato di appartenenza del nemico.

Ma ancora più interessante fu quando mi disse della sua tristezza quando pensava alla lotta che aveva fatto con tutti i suoi compagni in quel deserto per un’idea, per un valore, mentre ora finiva a rotolarsi in un letto di ospedale per sentirsi trattare come un ragazzino da una signora che lo puliva e lo aiutava nell’igiene intima, dopo avere avuto un ictus. Perché non sono morto con i miei soldati, mi chiedeva?

Insomma, è il vecchio adagio: meglio morire da giovani, così tornato in auge per motivare i combattenti islamici, che dovevano raggiungere il paradiso con le “40 vergini”.

Ma di cosa abbiamo paura quando parliamo della parola guerra? Siamo dispiaciuti perché gli altri muoiono? Siamo sicuri che sia così? Se vediamo alla televisione la sofferenza ci sembra proprio di sì (fino allo spegnimento del tasto televisivo). Abbiamo paura della nostra morte? Della morte dei nostri amici?

Ma quanti amici sono morti di tumore in tempo di pace? Preferiamo vederci morire lentamente, tra una depressione e una patologia invalidante? Ma noi siamo carichi, contenti e in salute, prima che arrivi la nostra ora.

Ma forse aborriamo la guerra perché promuoviamo una vita di relazioni, di condivisione di gioie di vivere insieme. Ma davvero curiamo le relazioni con gli altri?

Non mi pongo queste domande come fossero retoriche, sicuro delle risposte e non sto parlando di guerra per contestare che non si dovrebbe fare di tutto per evitarla. Anzi, bisogna anche stare attenti con noi stessi, attenti a non trovare nella guerra una motivazione di resurrezione, un modo per non rimanere seppelliti nel proprio comfort-loculo, ricadendo in una situazione ancor più terribile, quella della guerra.

Ho letto, per caso, le parole dell’inno nazionalsocialista, suonato quando le camicie brune marciarono in Berlino dopo la proclamazione di Hitler a cancelliere: “… pane e libertà sono arrivate …”. Lo sapevate? L’orrore che il reich millenario produsse da quella entusiastica marcia ha fatto pensare che il colpevole fosse l’entusiasmo per quelle parole trasformate in follia ideologica.

Ma abbiamo cancellato dalla nostra mente la riflessione sul significato che possono avere queste parole, senza tempo e luogo, per esercitarci in un’ennesima operazione di negazione. Quando c’era l’orrore lo abbiamo negato, quando c’è stata la pace abbiamo negato a noi stessi che quell’ideologia era nata nell’animo di persone che ci credevano davvero.

Abbiamo puntato il dito su chi le inculcava, dimenticandoci che quelle parole liberavano da una realtà di morte apparente senza speranza.

Attenzione, quindi, alle parole che negano il bisogno di difendere con tutti i sacrifici possibili quello in cui crediamo, che sono innanzitutto quei compromessi che si fanno in un negoziato, ma che non possono escludere o almeno non dovrebbero censurare l’idea e il valore della propensione a sacrificare l’esistenza individuale per un ideale.

Se penso all’esempio dei nostri giorni, quello a noi vicino, chi può dire in anticipo che questa determinazione non sia un’arma vincente in un negoziato che eviti la guerra in Ucraina, in cui sul piatto – ricordo – non ci dovrebbe essere la sconfitta di qualcuno, ma la non vittoria di nessuno e, quindi, la non convenienza di continuare a combattere.

Non c’è da temere che sedersi ad un tavolo, escludendo questa opzione, non porti a ritrovarsela più tardi, quando per liberarsi da condizioni inaccettabili, ma accettate per forza, l’orrore scoppia imprevedibile e più violento di prima?

Perché quello che si nega ritorna più forte che pria e di solito in forme ancora più spaventose e ancor meno controllabili.

 

 

(5 aprile 2025)

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